Quella di seguito è la presentazione che Luciano Ravagnani ha scritto per il libro del 25° anno di vita della società, da quell'ormai lontano 2001 sono passati dodici anni e la società neroverde ha continuato la sua storia, arrivando al 37° anno di vita.

In questi anni la partita di tutta la squadra neroverde è continuata senza fermarsi, ci sono stati raggruppamenti, mischie, passaggi in avanti ma sono state segnate anche delle belle mete.
La partita sarà ancora lunga, i giocatori ci sono, le riserve servono sempre perchè si continua a giocare cercando di segnare più mete possibili.


 

Fu così che una sera di maggio...". Le favole, come ci hanno insegnato da bambini, cominciano con "c'era una volta...". Vale ancora, ma non per il rugby. Meglio: non per un certo tipo di rugby. Quello di Villadose, ad esempio.
"Fu così che una sera di maggio ..." sembra un inizio scontato, niente più che cronistico, ed è invece già l'esempio di un rugby diverso, il modello di quello che, nella quasi totalità dei casi, è stato il nascere del rugby italiano. A Villadose il luogo è il circolo Acli, quello dei lavoratori cattolici, che poi era in qualche modo un bar, un'osteria, anche una trattoria. Nulla a che fare con la sede del Club britannico, generalmente luogo di nascita del grande rugby. In Italia è quasi sempre andata così. "Quattro amici al bar", direbbe Gino Paoli, e nasce una squadra sportiva. A volte di rugby, appunto come a Villadose, nel maggio 1976.
Anche il seguito è perfettamente in linea. Il campetto del prete e non il prato soffice del College. La colletta e non il finanziamento di facoltosi soci del Club. Quattro "ammalati" di rugby che agiscono per entusiasmo su trionfi altrui e non per derivazioni culturali specifiche (a Villadose c'è solo il ricordo di una squadra delle scuole medie, "inventata" da Gigi Pozzato per i Giochi della Gioventù). In linea è anche il coinvolgimento di un toscano trapiantato in Polesine, che del rugby si appassiona a tal punto da diventare una delle anime operative del Villadose.
La novità, se tale si può definire, nel caso del Villadose è - semmai - la motivazione. Cioè l'entusiasmo per un trionfo di altri. Il trionfo era quello del Rovigo, il quale, guidato da Julien Saby aveva da poco vinto, dopo 12 anni di digiuno, il suo ottavo scudetto. Fra i rossoblu c'era Adriano Zamana, già meritevole del soprannome di "puma", uno di quelli che Pozzato sei anni prima aveva portato ai Giochi della Gioventù.
In un paese come Villadose, una sorta di appendice di Rovigo, otto chilometri di statale alberata, è normale che il "Puma" che non ha ancora 20 anni, studente concreto, conosciuto e ammirato, si porti dietro i suoi tifosi. Anche nella trasferta decisiva a Brescia, dove il Rovigo soffoca le ambizioni della Whurer e il "Puma" sbrana un certo Andy Ripley, grandissima terza linea inglese che non si raccapezza nel torrido pomeriggio inscenato dai rossoblu lanciati verso lo scudetto.
E allora come fare a prolungare la magia di un villadosano scudettato? Fare una squadra! Magari solo per il classico torneo fra i bar del "rovigoto", torneo che proietta umori felici per tutta l'estate.
Il rugby mette radici dappertutto, ma non sempre la pianta ha uno sviluppo logico. A Villadose, in linea rigorosamente storica, il rugby aveva già avuto il suo successo un quarto di secolo prima, con Vittorio Borsetto, uno degli uomini di "Maci" Battaglini nel primo scudetto rossoblu. Ma forse Borsetto "pendeva" troppo su Rovigo, per poter lasciare traccia. O forse erano solo altri tempi.
Comunque sia questa tracciata dal "Puma" è la strada giusta, e la squadra per il torneo dei bar diventa una società vera. Che adesso compie un quarto di secolo, che non ha grandi titoli in bacheca, che non ha niente di epico se non il merito (importante più dell'epica) di essere vissuta 25 anni in un rugby, come quello italiano, dove spesso le delusioni fagocitano le illusioni. Villadose, questo è certo e meritevole, non si è mai illusa di diventare grande, ma solo di continuare a giocare a rugby. E di farlo attraverso l'esperienza e la partecipazione di nomi importanti, in simbiosi ed in osmosi con il Rovigo. Penso ai nomi di Vanzan, Quaglio, i fratelli Zanella, Bettarello, Osti... ne dimentico molti, sicuramente...
Penso a quanto di rossoblu c'è nel comportamento del Villadose. Posso testimoniare che fuori del Polesine, nel rugby di seconda fascia, ha il significato di "squadra difficile", sempre difficile, anche nei momenti tecnicamente meno felici. E' una patente che le ha dato il rugby veneto, e mi pare un bel riconoscimento.
I "pumas" di Villadose incutono sempre rispetto.
Venticinque anni è un anniversario particolare. Sa di futuro. Non ha la saggezza dei "cinquantenari", né il peso e le complicazioni dei "centenari". Non può che essere una tappa, un momento di transizione. Già nel 26 esimo anno il Villadose dimostra ambizioni di promozione alla serie superiore. Segno che il punto di arrivo è lontano, pur senza il fardello di un'entrata nella storia.
In queste occasioni è difficile sottrarsi alla suggestione di una notissima frase di Willie McBride, mitico personaggio dell'Irlanda e monumento del rugby mondiale: "Il rugby è trenta uomini che rincorrono un sacco di vento".
I ragazzi di Villadose il loro sacco di vento lo rincorrono da 25 anni. E correranno ancora perché in quel "sacco", lo hanno capito tutti, c'è la passione giovanile, forse più semplicemente la giovinezza.

Ai "pumas" di Villadose un augurio grande così!
Luciano Ravagnani

   

 

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